Associazione Nazionale per la Difesa e
l’Orientamento dei Consumatori

Studi e Ricerche

Resta aggiornato sull’attività di Adoc attraverso i nostri comunicati stampa, studi e ricerche aggiornate. In questa sezione trovi anche la nostra rivista, i materiali informativi, la galleria foto e video degli eventi e tutti gli appuntamenti in programma per partecipare ai nostri progetti sul territorio.

Spesa media annua a 342 euro alle superiori (+12,1% sul 2024) e 217 euro alle medie. L’ingresso al liceo classico supera i 1.000 euro tra libri e corredo. Con due figli il conto tocca quota 1.500 euro

Con l’avvio dell’anno scolastico 2026/2027 si ripresenta puntuale il salasso del “caro libri” per le famiglie. A tracciare il quadro dell’impatto economico è il nuovo monitoraggio dell’Osservatorio EURES-ADOC, condotto su oltre 3.500 testi adottati in 420 classi e 100 istituti secondari distribuiti in tutti i capoluoghi di regione.

I dati evidenziano una stima complessiva di spesa che tocca il miliardo di euro (800 milioni per il nuovo e 200 per l’usato), a cui si aggiungono almeno altri 200 milioni di euro per dizionari, materiale tecnico e cancelleria.

I NUMERI DEL MONITORAGGIO: MEDIE E SUPERIORI

  • Scuole secondarie di I grado: spesa media attestata a 217 euro (+0,9% sul 2025 e +5,5% sul 2024).
  • Scuole secondarie di II grado: la spesa media annua sale a 342 euro a studente (+3,3% rispetto al 2025/2026 e +12,1% rispetto al 2024/2025).
  • Il “salasso d’ingresso”: il conto più salato si concentra al primo anno di ciascun ciclo a causa delle nuove adozioni. In prima media si spendono 323 euro (su un totale di 650 euro per il triennio); al primo anno delle superiori l’esborso medio per i soli libri è di 393 euro (e risale a 390 euro in terza).

 

LICEI CONTRO ISTITUTI TECNICI: QUASI 2.000 EURO PER IL CLASSICO

L’indirizzo di studio continua a determinare forti disparità: per l’intero quinquennio del Liceo Classico una famiglia spende in media 1.959 euro (392 euro l’anno), contro i 1.797 euro del Liceo Scientifico (359 euro l’anno) e i 1.381 euro degli Istituti Tecnici (276 euro l’anno). Chi sceglie il classico sostiene un costo superiore del +42% rispetto a un istituto tecnico.

EFFETTO FAMIGLIE NUMEROSE E DIVARIO NORD-SUD

Aggiungendo dizionari e corredo scolastico, l’avvio del primo anno delle superiori comporta una spesa di 928 euro, superando i 1.063 euro al classico. Per i nuclei familiari con due figli che iniziano contemporaneamente la scuola media e la scuola superiore, il conto a settembre tocca il picco di 1.514 euro.

A rendere ancor più pesante il quadro è la frattura territoriale: al Sud e nelle Isole – dove i redditi medi sono storicamente più bassi – studiare costa di più. Alle superiori la spesa media nel Mezzogiorno è di 375 euro annui (contro i 332 euro del Centro e i 316 euro del Nord), con una crescita record del +23,4% nel biennio 2024–2026.

IL COMMENTO DI ANNA REA, PRESIDENTE NAZIONALE ADOC

«I dati del nostro monitoraggio confermano che la formazione dei nostri ragazzi sta progressivamente perdendo il suo carattere universale per trasformarsi in una tassa insostenibile. Il carovita e i continui aumenti dei listini non possono continuare a erodere un principio costituzionale fondamentale come il diritto allo studio», dichiara Anna Rea, Presidente Nazionale di ADOC.

«A settembre le famiglie non affrontano una semplice spesa, ma una vera e propria corsa a ostacoli economica. Non è accettabile che una famiglia debba rinunciare ad altre necessità primarie o arrangiarsi tra gruppi WhatsApp, chat di quartiere, mercatini dell’usato tradizionali, diverse piattaforme di re-commerce o app dedicate allo scambio e alla vendita diretta di libri scolastici usati tra studenti o famiglie, pur di contenere i costi.

Sebbene i bonus locali rappresentino un aiuto, risultano misure frammentate e largamente insufficienti dinanzi a rincari a due cifre, specialmente nel Mezzogiorno dove il paradosso dei costi più alti a fronte di redditi più bassi aggrava ulteriormente la frattura sociale del Paese.

Non possiamo rassegnarci a una scuola che divide gli studenti tra chi può permettersi percorsi formativi più onerosi e chi è costretto a scegliere al ribasso. Il futuro e il talento delle giovani generazioni non possono essere subordinati all’ISEE della famiglia d’origine», prosegue la Presidente Rea.

LE PROPOSTE ADOC AL GOVERNO

Per garantire pari opportunità educative e alleggerire l’impatto economico sui bilanci familiari, ADOC rilancia quattro interventi urgenti:

  1. Detrazione fiscale al 19% sui libri di testo: equiparare la spesa per i testi scolastici alle spese sanitarie. Una misura che per lo Stato comporterebbe un costo stimato tra i 70 e i 140 milioni di euro (a seconda delle soglie ISEE), riducendo il divario storico rispetto alla media UE per investimenti in istruzione sul PIL.
  2. Promozione attiva di riuso e comodato d’uso: incentivare a livello istituzionale e scolastico i mercatini dell’usato, lo scambio tra studenti e forme strutturate di prestito d’uso gratuito.
  3. Transizione digitale e biblioteche solidali: ampliare l’adozione di contenuti didattici integrati digitali a prezzi accessibili e potenziare i fondi per le biblioteche scolastiche solidali.
  4. Responsabilità sociale dell’editoria scolastica: rivolgiamo un forte appello agli editori affinché dimostrino responsabilità sociale, evitando continui rialzi dei listini e pratiche che frenano il mercato di seconda mano. Chiediamo di porre un freno a micro-aggiornamenti editoriali che rendono obsolete le edizioni precedenti, all’obbligo di compilare gli esercizi direttamente sui volumi e all’uso di codici digitali monouso non trasferibili che impediscono il passaggio e il riutilizzo dei testi tra studenti.

Sintesi caro libri 

​Monitoraggio completo

Roma, 2 Settembre 2026

 

L’estate 2026 si conferma una stagione di forte pressione economica per chi decide di viaggiare in Italia. L’inflazione turistica ha rimodellato le abitudini di spesa delle famiglie. Il classico mese di ferie è ormai un ricordo: si assiste al consolidamento delle “vacanze mordi e fuggi” e alla riduzione dei giorni di soggiorno pur di non rinunciare a staccare dalla routine.

Secondo lo studio condotto da ADOC, per una giornata al mare ad agosto, una famiglia di quattro persone spende in media da un minimo di 90-120 euro (per ombrellone, parcheggio, pranzo al sacco e pochissimi extra) fino a superare i 600 euro nelle destinazioni più rinomate o qualora si scelgano ristorazione servita e attività ricreative.

Il costo medio per una settimana di noleggio (1 ombrellone + 2 lettini) si attesta a circa 250 euro, la tariffazione giornaliera sui 37 euro medi, a cui si aggiungono spese accessorie come il parcheggio che va da 5 a 15 euro per le zone meno gettonate, 20-30 euro per le località più battute. La forbice territoriale ed esclusiva racconta realtà profondamente diverse. In località come Forte dei Marmi (Versilia) 550 euro per la quinta fila o in Costa Smeralda (Sardegna), l’affitto giornaliero di un gazebo servizi accessori oscilla stabilmente tra i 350 e i 400 euro, raggiungendo picchi di 800 euro nelle strutture di lusso a Capri o a Portofino. Nelle prenotazioni online, inoltre, sono ormai ordinari i “costi di servizio” digitali, variabili tra i 15 e i 40 euro per la gestione della transazione.

A fronte di tariffe già altissime, molti bagnanti devono fare i conti con i divieti illegittimi imposti da diversi lidi, che vietano l’introduzione di cibo e acqua dall’esterno per costringere all’acquisto in loco a prezzi esosi, arrivando persino a negare il riscaldamento di pappe o latte per neonati. La spiaggia è un bene pubblico in concessione e nessun gestore può vietare il consumo di cibo proprio (purché decoroso e non molesto). Tali divieti configurano una pratica commerciale scorretta e una clausola vessatoria ai sensi del Codice del Consumo (D.Lgs. 206/2005). In caso di contestazioni o perquisizioni delle borse frigo, i consumatori hanno il diritto di opporsi e possono segnalare immediatamente l’abuso alla Polizia Locale, alla Capitaneria di Porto o all’Antitrust (AGCM).

L’analisi delle disponibilità estive sulle piattaforme di prenotazione (Booking.com, Airbnb) evidenzia tariffe elevate a causa dell’introduzione capillare degli algoritmi di “dynamic pricing” (prezzi dinamici basati sulla domanda in tempo reale).

  • Hotel 3 stelle: Una settimana ad agosto per una famiglia di 4 persone varia in media tra i 2.200 e i 3.800 euro. Le regioni del Sud e le Isole registrano gli incrementi stagionali più alti (+5,4%), trainati dalle mete campane e sarde(Positano e Amalfi toccano minimi di 3.800 – 4.200 euro per il solo pernottamento e prima colazione).
  • Agriturismi: Tradizionalmente considerati una scelta economica, registrano nel 2026 tariffe medie comprese tra i 170 e i 220 euro a notte, con picchi di 350 euro in Toscana e Umbria per le strutture dotate di piscina e percorsi benessere.
  • Family Hotel in montagna (Trentino-Alto Adige): Le tariffe settimanali per 4 persone variano notevolmente a seconda della categoria. Si passa da una fascia base di 800-1.200 euro per appartamenti in residence e b&b senza servizi accessori, fino a pacchetti “All-inclusive family resort” compresi tra i 2.200 e i 5.500 euro a settimana.

 

La vacanza con gli amici a quattro zampe rappresenta una voce di spesa impattante nel bilancio familiare:

  • Supplemento alberghiero: Le strutture ricettive applicano una tariffa di sanificazione o soggiorno che varia dai 15-25 euro al giorno per gli hotel standard, fino a 80 euro nelle strutture di lusso con pet-menu e servizi di dog-sitting.
  • Dog Beach: L’accesso alle spiagge attrezzate per cani comporta una spesa compresa tra i 25 e i 60 euro al giorno per una postazione dedicata.

 

I rincari colpiscono anche i consumi quotidiani più piccoli, limando il potere d’acquisto sul cibo da spiaggia:

  • Gelato artigianale: Il costo al kg supera ormai i 30 euro nelle grandi città d’arte e nelle località turistiche. Un cono piccolo oscilla tra i 3,00 e i 3,50 euro (con picchi di oltre 5,00 euro nei centri storici ad alta densità turistica).
  • Shrinkflation (Sgrammatura): Nei supermercati e nei chioschi si assiste alla riduzione fisica del prodotto a parità di costo. Il gelato industriale confezionato ha registrato, rispetto allo scorso decennio, una riduzione media del volume delle porzioni del 15-18% a fronte di prezzi costantemente ritoccati all’insù (un multipack di marca tocca una media di 5,50 euro).
  • Mini-market turistici: Un panino veloce acquistato nei chioschi vicino alle spiagge costa in media 8-9 euro, mentre una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo può essere prezzata tra i 2,50 e i 3,50 euro.

A causa dei prezzi elevati sui canali ufficiali, molti consumatori tentano di risparmiare affidandosi a canali alternativi, in particolare sui social network. Ciò ha generato un aumento delle truffe online soprattutto relativi ad annunci social di splendide ville a prezzi stracciati. Una volta versata la caparra confirmatoria tramite bonifico istantaneo o ricarica di carte prepagate, l’inserzionista scompare e la casa vacanze si rivela inesistente o occupata da ignari proprietari. Un’altra tipologia di truffa riguarda i cloni quasi perfetti di portali come Booking.com o Airbnb creati per sottrarre dati bancari ed effettuare transazioni su conti non tracciabili.

Nel 2026 la regola d’oro è l’utilizzo esclusivo dei sistemi di pagamento integrati delle piattaforme ufficiali. Qualsiasi richiesta di transazione al di fuori del portale (es. tramite messaggistica privata) deve essere considerata un tentativo di frode.

RISPARMIARE IN VACANZA: I NOSTRI CONSIGLI

GUIDA PRATICA PER EVITARE LE TRUFFE

L’estate 2026 si conferma una stagione di forte pressione economica per chi decide di viaggiare in Italia. L’inflazione turistica ha rimodellato le abitudini di spesa delle famiglie. Il classico mese di ferie è ormai un ricordo: si assiste al consolidamento delle “vacanze mordi e fuggi” e alla riduzione dei giorni di soggiorno pur di non rinunciare a staccare dalla routine.

Secondo lo studio condotto da ADOC, per una giornata al mare ad agosto, una famiglia di quattro persone spende in media da un minimo di 90-120 euro (per ombrellone, parcheggio, pranzo al sacco e pochissimi extra) fino a superare i 600 euro nelle destinazioni più rinomate o qualora si scelgano ristorazione servita e attività ricreative.

Il costo medio per una settimana di noleggio (1 ombrellone + 2 lettini) si attesta a circa 250 euro, la tariffazione giornaliera sui 37 euro medi, a cui si aggiungono spese accessorie come il parcheggio che va da 5 a 15 euro per le zone meno gettonate, 20-30 euro per le località più battute. La forbice territoriale ed esclusiva racconta realtà profondamente diverse. In località come Forte dei Marmi (Versilia) 550 euro per la quinta fila o in Costa Smeralda (Sardegna), l’affitto giornaliero di un gazebo servizi accessori oscilla stabilmente tra i 350 e i 400 euro, raggiungendo picchi di 800 euro nelle strutture di lusso a Capri o a Portofino. Nelle prenotazioni online, inoltre, sono ormai ordinari i “costi di servizio” digitali, variabili tra i 15 e i 40 euro per la gestione della transazione.

A fronte di tariffe già altissime, molti bagnanti devono fare i conti con i divieti illegittimi imposti da diversi lidi, che vietano l’introduzione di cibo e acqua dall’esterno per costringere all’acquisto in loco a prezzi esosi, arrivando persino a negare il riscaldamento di pappe o latte per neonati. La spiaggia è un bene pubblico in concessione e nessun gestore può vietare il consumo di cibo proprio (purché decoroso e non molesto). Tali divieti configurano una pratica commerciale scorretta e una clausola vessatoria ai sensi del Codice del Consumo (D.Lgs. 206/2005). In caso di contestazioni o perquisizioni delle borse frigo, i consumatori hanno il diritto di opporsi e possono segnalare immediatamente l’abuso alla Polizia Locale, alla Capitaneria di Porto o all’Antitrust (AGCM).

L’analisi delle disponibilità estive sulle piattaforme di prenotazione (Booking.com, Airbnb) evidenzia tariffe elevate a causa dell’introduzione capillare degli algoritmi di “dynamic pricing” (prezzi dinamici basati sulla domanda in tempo reale).

  • Hotel 3 stelle: Una settimana ad agosto per una famiglia di 4 persone varia in media tra i 2.200 e i 3.800 euro. Le regioni del Sud e le Isole registrano gli incrementi stagionali più alti (+5,4%), trainati dalle mete campane e sarde(Positano e Amalfi toccano minimi di 3.800 – 4.200 euro per il solo pernottamento e prima colazione).
  • Agriturismi: Tradizionalmente considerati una scelta economica, registrano nel 2026 tariffe medie comprese tra i 170 e i 220 euro a notte, con picchi di 350 euro in Toscana e Umbria per le strutture dotate di piscina e percorsi benessere.
  • Family Hotel in montagna (Trentino-Alto Adige): Le tariffe settimanali per 4 persone variano notevolmente a seconda della categoria. Si passa da una fascia base di 800-1.200 euro per appartamenti in residence e b&b senza servizi accessori, fino a pacchetti “All-inclusive family resort” compresi tra i 2.200 e i 5.500 euro a settimana.

 

La vacanza con gli amici a quattro zampe rappresenta una voce di spesa impattante nel bilancio familiare:

  • Supplemento alberghiero: Le strutture ricettive applicano una tariffa di sanificazione o soggiorno che varia dai 15-25 euro al giorno per gli hotel standard, fino a 80 euro nelle strutture di lusso con pet-menu e servizi di dog-sitting.
  • Dog Beach: L’accesso alle spiagge attrezzate per cani comporta una spesa compresa tra i 25 e i 60 euro al giorno per una postazione dedicata.

 

I rincari colpiscono anche i consumi quotidiani più piccoli, limando il potere d’acquisto sul cibo da spiaggia:

  • Gelato artigianale: Il costo al kg supera ormai i 30 euro nelle grandi città d’arte e nelle località turistiche. Un cono piccolo oscilla tra i 3,00 e i 3,50 euro (con picchi di oltre 5,00 euro nei centri storici ad alta densità turistica).
  • Shrinkflation (Sgrammatura): Nei supermercati e nei chioschi si assiste alla riduzione fisica del prodotto a parità di costo. Il gelato industriale confezionato ha registrato, rispetto allo scorso decennio, una riduzione media del volume delle porzioni del 15-18% a fronte di prezzi costantemente ritoccati all’insù (un multipack di marca tocca una media di 5,50 euro).
  • Mini-market turistici: Un panino veloce acquistato nei chioschi vicino alle spiagge costa in media 8-9 euro, mentre una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo può essere prezzata tra i 2,50 e i 3,50 euro.

A causa dei prezzi elevati sui canali ufficiali, molti consumatori tentano di risparmiare affidandosi a canali alternativi, in particolare sui social network. Ciò ha generato un aumento delle truffe online soprattutto relativi ad annunci social di splendide ville a prezzi stracciati. Una volta versata la caparra confirmatoria tramite bonifico istantaneo o ricarica di carte prepagate, l’inserzionista scompare e la casa vacanze si rivela inesistente o occupata da ignari proprietari. Un’altra tipologia di truffa riguarda i cloni quasi perfetti di portali come Booking.com o Airbnb creati per sottrarre dati bancari ed effettuare transazioni su conti non tracciabili.

Nel 2026 la regola d’oro è l’utilizzo esclusivo dei sistemi di pagamento integrati delle piattaforme ufficiali. Qualsiasi richiesta di transazione al di fuori del portale (es. tramite messaggistica privata) deve essere considerata un tentativo di frode.

RISPARMIARE IN VACANZA: I NOSTRI CONSIGLI

GUIDA PRATICA PER EVITARE LE TRUFFE

Back to School 2025: spese scolastiche insostenibili – il diritto allo studio a rischio

Con l’avvicinarsi del nuovo anno scolastico, le famiglie dovranno affrontare costi insostenibili per l’acquisto dei libri di testo e del corredo scolastico. Le proiezioni per il 2025 mostrano un aggravio significativo della spesa, che continua a erodere il potere d’acquisto delle famiglie, già messe a dura prova dal contesto economico attuale.

Le nostre stime per l’anno scolastico 2025/2026 evidenziano aumenti che peseranno gravemente sui bilanci familiari. Il costo medio dei libri per la scuola media (primo anno) si attesta a 355,23 euro, mentre per le scuole superiori (primo anno) si prevede un costo medio di 552,69 euro. A queste spese si aggiunge il costo del kit scuola, stimato in 132,30 euro. Considerando un singolo studente al primo anno, la spesa totale stimata per un figlio che frequenta la prima media nel 2025 raggiungerà circa 487,53 euro. Per un figlio iscritto al primo anno di una scuola superiore nel 2025, il costo totale stimato sarà di circa 685 euro. A queste cifre vanno aggiunti i costi per i dizionari specifici, come quelli di latino e greco, indispensabili per alcuni indirizzi di studio: si stima che un dizionario di latino possa costare tra 75 e 100 euro, mentre un dizionario di greco tra 100 e 133 euro.

Costo

Importo (euro)

Libri scuole medie (primo anno)

355,23

Libri scuole superiori (primo anno)

552,69

Kit scuola

132,3

Costo totale stimato per un figlio al primo anno (2025):

 

Scuole medie (primo anno)

487,53

Scuole superiori (primo anno)

684,99

Calcolo della spesa per l’acquisto dei libri di testo per 8 anni di scuola dell’obbligo

L’analisi estesa all’intero ciclo di studi obbligatori (8 anni di scuola) rivela un onere cumulativo ancora più consistente per i soli libri di testo.

Per la scuola media, i costi per i libri sono di 355,01 € per il 1° anno, 157,66 € per il 2° anno e 149,94 € per il 3° anno, per un totale di 662,61 € per l’intero ciclo. Per la scuola superiore, la spesa per i libri è di 552,35 € per il 1° anno, 232,63 € per il 2° anno, 375,95 € per il 3° anno, 352,80 € per il 4° anno e 348,39 € per il 5° anno, per un totale di 1.862,12 € per i cinque anni. Complessivamente, la spesa totale per i soli libri di testo per 8 anni di scuola dell’obbligo è proiettata a 2.524,73 €. A queste cifre devono aggiungersi i costi per i dizionari e il materiale tecnico specifico di alcuni indirizzi, che possono incrementare ulteriormente l’onere per le famiglie.

Calcolo della spesa per l’acquisto dei libri di testo per 8 anni di scuola dell’obbligo

Anno scolastico

Costo libri di testo (€)

Scuola Media

 

1° anno

355,01

2° anno

157,66

3° anno

149,94

Totale Scuola Media

662,61

Scuola Superiore

 

1° anno

552,35

2° anno

232,63

3° anno

375,95

4° anno

352,8

5° anno

348,39

Totale Scuola Superiore

1.862,12

Totale Spesa 8 Anni

2.524,73

Rea (ADOC): diritto allo studio a rischio

Il carovita non deve mettere a rischio il diritto allo studio – dichiara Anna Rea, Presidente di ADOC Nazionale – esprimendo forte preoccupazione per gli elevatissimi costi che le famiglie devono affrontare ogni anno per l’acquisto dei libri di testo per le scuole medie inferiori e superiori.

“Ogni anno, con l’avvicinarsi della riapertura delle scuole, migliaia di famiglie si trovano di fronte a un’autentica stangata. I prezzi dei libri di testo continuano a crescere, mettendo a dura prova i bilanci familiari, soprattutto quelli delle fasce meno abbienti,” sottolinea Rea. Sempre più genitori sono costretti a barcamenarsi tra gruppi WhatsApp, chat di quartiere e mercatini dell’usato nel tentativo di recuperare libri scolastici usati a prezzi accessibili, pur di non svenarsi all’inizio dell’anno. Siamo consapevoli degli sforzi compiuti da Stato, Regioni e Comuni attraverso bonus e agevolazioni, che rappresentano un tentativo di alleviare questo carico economico e garantire il diritto allo studio. Tuttavia, queste misure, seppur importanti, sono spesso insufficienti a colmare il divario e a garantire pari opportunità per tutti. Serve di più.

La Presidente ADOC ribadisce con forza che il carolibri non può e non deve diventare un ostacolo all’accesso all’istruzione e all’uguaglianza. “Non possiamo permettere che si creino studenti di ‘serie A’ e di ‘serie B’, dove le possibilità di ‘riuscire nella vita’ siano condizionate dalla capacità economica delle famiglie. Tutti i ragazzi e le ragazze devono avere le stesse opportunità di formazione e crescita, indipendentemente dal reddito familiare.”

Per questo motivo, lanciamo proposte concrete per affrontare questa emergenza:

  • Detrazione fiscale del 19% per l’acquisto dei libri di testo: Chiediamo che venga introdotta la possibilità di detrarre il 19% delle spese sostenute per i libri di testo, esattamente come avviene per le spese sanitarie. Sarebbe un segnale forte e tangibile di vicinanza alle famiglie e un aiuto concreto per ridurre il peso economico.
  • Promozione dello sharing e del riuso: “Incoraggiamo e sosteniamo tutte le iniziative di condivisione e riutilizzo dei libri di testo, come mercatini dell’usato e piattaforme di scambio. Questo non solo aiuta il portafoglio delle famiglie, ma promuove anche una cultura della sostenibilità.”
  • Sviluppo del digitale e biblioteche solidali: “Laddove possibile e appropriato, promuovere l’adozione di materiali didattici digitali, che possono contribuire a ridurre i costi. Parallelamente, è fondamentale sostenere e ampliare le reti di ‘biblioteche solidali’, dove i libri possono essere presi in prestito gratuitamente o a costi simbolici.”
  • Appello alle case editrici: “Rivolgiamo un appello alle case editrici affinché mostrino responsabilità sociale evitando di rivedere al rialzo, ogni anno, i listini. È essenziale che il costo dell’educazione non diventi un privilegio.”

Roma, 7 agosto 2025

ESTATE 2025, IL “CARO VACANZE” COLPISCE MARE, MONTAGNA E GELATERIE

Le famiglie costrette a ridimensionare o rinunciare alle ferie di fronte a rincari diffusi e al rischio truffe online

L’estate 2025 si preannuncia come una stagione di significative sfide economiche per le famiglie. Un’analisi condotta dall’ADOC (Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori) rivela un’inflazione turistica diffusa che incide pesantemente su ogni aspetto delle vacanze, dal soggiorno al mare o in montagna, fino alle piccole spese quotidiane come il gelato. Questa tendenza sta mettendo a dura prova il potere d’acquisto dei consumatori, spingendo una parte crescente delle persone a ridimensionare le proprie vacanze o, in molti casi, a rinunciarvi del tutto.

UNA GIORNATA AL MARE: SPESE IN AUMENTO PER TUTTI

Per una giornata al mare, escluse le località di lusso, una famiglia di quattro persone in Italia può spendere da un minimo di circa 80-100 euro, per ombrellone e lettini in una zona economica, pranzo al sacco e poche spese extra, fino a 600 euro, a seconda delle scelte per il pranzo, costi accessori e attività extra.

CARO OMBRELLONE

L’affitto di lettini e ombrelloni si conferma una delle voci di spesa più impattanti. Il costo giornaliero si attesta tra i 30 e i 50 euro, con notevoli differenze regionali. A ciò si aggiunge la spesa per il parcheggio che va mediamente dai 5-10 euro per le zone meno gettonate, ai 20-30 euro per le località più turistiche.

Le mete glamour raccontano tutt’altra storia, con prezzi che raggiungono cifre esorbitanti. Per una postazione deluxe a Forte dei Marmi si possono spendere più di 500 euro al giorno. In Sardegna, in Costa Smeralda, un lettino matrimoniale con servizi esclusivi va dai 400 ai 550 euro al giorno. Le capanne di Venezia Lido spaziano da 215 euro in seconda fila, senza affaccio diretto su mare, ai 515 euro della prima fila. A Portofino si spendono 350 euro al giorno. Non va meglio al sud, dove si spendono dai 100 ai 200 euro al giorno per due lettini e ombrelloni a Polignano a Mare fino ai 580 euro di Capri. A questi prezzi blu, si aggiungono spesso nella prenotazione online “costi di servizio” variabili da 10 a 30 euro, giustificati dalla gestione della prevendita e dell’assistenza.

RINCARI GENERALIZZATI PER HOTEL E CASE VACANZE

Gli aumenti non si limitano alle spiagge, ma si estendono a tutte le tipologie di alloggio: alberghi, agriturismi e family hotel. Le strutture alberghiere del Centro-Nord hanno registrato un incremento medio del +3,5%, mentre nel Sud e nelle isole l’aumento sfiora il +5,2%. Una vacanza estiva per una famiglia di 4 persone può variare tra i 1.500 e i 3.800 euro per una settimana. Un hotel 3 stelle può costare dai 2.000 ai 3.500 euro a settimana in alta stagione (mezza pensione/pensione completa). La Riviera Romagnola si attesta tra i 2.500 e i 3.000 euro, mentre località esclusive come Positano (Costiera Amalfitana) raggiungono i 3.000 – 3.800 euro. In bassa stagione, i prezzi scendono, variando tra i 1.500 e 2.500 euro. Tradizionalmente considerati un’alternativa economica, anche gli agriturismi subiscono un incremento dei prezzi, dovuto all’aumento dei costi operativi e al miglioramento dei servizi. Se un tempo una notte costava 70-80 euro a persona, oggi in media si spendono 150/180 euro a notte, fino a raggiungere i 200-350 euro per sistemazioni di alta fascia. Anche i family hotel, strutture specializzate nell’accoglienza di famiglie con bambini, mostrano una forbice di prezzi piuttosto ampia, specialmente in alta stagione. Prendendo ad esempio il Trentino-Alto Adige, una settimana per una famiglia di quattro persone per il solo pernottamento può variare notevolmente: si parte da circa 650 euro fino a 1.128 euro per la fascia media-bassa. Per le sistemazioni più esclusive, con prezzi a partire da 301 euro a notte, il costo per una settimana può oscillare tra i 2.000 e i 5.000 euro.

MONTAGNA: RIFUGI PIÙ CARI E ACCESSIBILITÀ A RISCHIO

Anche le vacanze in montagna sono colpite dall’aumento dei prezzi. I rifugi alpini, in particolare, evidenziano costi elevati, giustificati da logistica complessa e costi di gestione in alta quota.

  • Acqua del rubinetto: Ricaricare una borraccia può costare 1 o 2 euro.
  • Pasto: Un semplice piatto di pasta supera i 20 euro.
  • Pernottamento: La mezza pensione costa tra i 60 e i 100 euro a persona. Questi rincari minacciano di compromettere l’immagine della montagna come meta accessibile, trasformandola in una destinazione per un pubblico con maggiore disponibilità economica.

AMICI A 4 ZAMPE

Anche Portare in vacanza gli amici a quattro zampe è diventato un lusso per molte persone. Per chi sceglie di soggiornare in hotel, il supplemento giornaliero per ospitare un animale domestico varia in media da 10-15 euro nelle strutture più semplici, fino a 30-80 euro in quelle di categoria superiore o con servizi dedicati. L’accesso alle spiagge attrezzate per cani (dog beach) comporta una spesa che può oscillare tra i 20 e i 50 euro, a seconda della località e dei servizi offerti (ombrellone, lettini anche per il cane, doccette dedicate, aree sgambamento).

L’INFLAZIONE NASCOSTA DEL GELATO E I “MINI-MARKET”

Prezzi in aumento anche per il gelato

Anche il gelato artigianale non sfugge ai rincari. Un chilo di gelato artigianale si attesta tra i 25 e i 30 euro. Per un cono piccolo, la media in Italia si aggira sui 2,7 euro, ma può arrivare a costare 5 euro o anche di più in località turistiche o di villeggiatura.  A Ruvo di Puglia, in provincia di Bari, il cono gelato più caro d’Italia, 70 euro un costo “giustificato” dall’intera esperienza esclusiva e dall’utilizzo di ingredienti di altissima qualità e rarità.

Il prezzo al kg per una confezione multipla di gelato arriva in media a 8,50 euro nei supermercati, mezzo kg di gelato di marca (non i prodotti a marchio del distributore) costa in media 4,75-5,50 euro. All’aumento del prezzo per questa tipologia di gelato si affianca la “shrinkflation”, ovvero l’inflazione nascosta tramite la riduzione delle porzioni. I gelati su stecco hanno ridotto il loro volume medio del 15% dal 2002.

Un’ulteriore spesa è rappresentata dai prezzi elevati di prodotti di generi di prima necessità venduti in chioschi e mini-market delle località turistiche: dai 7-8 euro in media a panino (anche confezionato) ai 2-4 euro per una bottiglietta da litro di acqua.

REA (ADOC): “VACANZE LUSSO PER POCHI, CRESCONO LE VACANZE MORDI E FUGGI”

“Ormai le vacanze non sono più quelle di una volta: il classico mese di ferie è diventato un privilegio per pochi. Chi può permetterselo, si concede al massimo una settimana di vacanza, al netto delle spese relative ai trasporti (aerei, treni, traghetti, auto private, etc.) che merita una riflessione a parte – commenta Anna Rea, Presidente ADOC. Per molte persone, invece, le vacanze sono diventate un lusso irraggiungibile. Le disuguaglianze si ampliano e sempre più persone rinunciano del tutto a partire. Crescono invece le ‘vacanze mordi e fuggi’ nei fine settimana, brevi pause che spesso diventano l’unica possibilità di staccare dalla routine.”

“Oltre alle crescenti difficoltà economiche, emerge la sicurezza delle prenotazioni online, specialmente quelle effettuate tramite i social network. Sempre più spesso, i consumatori pagano anticipatamente solo per scoprire di essere stati vittime di una truffa. È anche per questo che stiamo ponendo particolare attenzione a questo settore. È fondamentale aumentare la consapevolezza su questi rischi e adottare precauzioni per proteggersi.”

L’ADOC invita i consumatori a una maggiore prudenza nella pianificazione delle vacanze estive 2025, consigliando di confrontare attentamente i prezzi, valutare alternative meno costose e prestare massima attenzione alle prenotazioni online, privilegiando piattaforme affidabili e verificando sempre la reputazione dei fornitori.

RISPARMIARE IN VACANZA: I NOSTRI CONSIGLI

GUIDA PRATICA PER EVITARE LE TRUFFE

Centri estivi, costi in aumento del 23% in due anni – le famiglie italiane abbandonate tra mancanza di servizi e promesse inadempiute

Indagine Adoc-Eures sui centri estivi.

I costi dei centri estivi sono diventati un peso insostenibile per la maggior parte delle famiglie italiane, con un aumento medio del 12,3% rispetto al 2024 e un impressionante +22,7% rispetto al 2023. È quanto emerge dall’ultima indagine realizzata da Adoc ed Eures, che per il terzo anno consecutivo ha condotto una “mystery client” su circa 200 centri estivi in otto città italiane (Milano, Torino, Bologna, Roma, Firenze, Napoli, Bari e Palermo).

“Ancora una volta, in vista della lunga estate, le famiglie si trovano a dover affrontare una vera e propria emergenza economica e sociale”, dichiara Anna Rea, Presidente Adoc. “La chiusura delle scuole per 10 o 13 settimane, a seconda del ciclo scolastico, pone le numerosissime famiglie che non possono contare su un sostegno familiare – nonni, zii, ecc. – nella condizione di dover destinare ingenti risorse finanziarie per sopperire a quella che sembra essere un’anomalia tutta italiana. L’Italia, infatti, è uno dei pochi Paesi europei dove le scuole ‘vanno in vacanza’ per tre mesi pieni, contro le 6-8 settimane di Germania, Francia o Regno Unito.”

Lo studio rivela che il costo medio settimanale di un centro estivo a tempo pieno in Italia si attesta a 173 euro. Per una famiglia con un solo figlio, che necessiti di otto settimane di centro estivo (considerando un mese di ferie dei genitori), la spesa media sfiora i 1.400 euro (1.384 euro). La situazione si aggrava notevolmente per le famiglie con due figli: il costo totale può arrivare a 2.671 euro, equivalente a circa una volta e mezzo una retribuzione media mensile. Questo perché lo sconto medio per i fratelli, quando applicato (solo nel 40% dei casi), raramente supera il 10%. Il servizio di refezione è presente nel 71,7% dei centri estivi, mentre il restante 28,3% richiede il “pranzo al sacco” (demandando ai genitori anche l’onere della preparazione del pasto da casa) o il pagamento di una ulteriore quota per questo “extra”.

Le disparità territoriali sono marcate: le famiglie del Nord spendono mediamente 189 euro a settimana, al Centro 162 euro e al Sud 134 euro. Milano si conferma la città più cara, con un costo medio settimanale a tempo pieno di 227 euro, quasi il doppio rispetto a Bari (109 euro). A seguire Firenze (177 euro) e Bologna (172 euro). Per otto settimane di centro estivo a tempo pieno, le famiglie milanesi arrivano a spendere quasi 2.000 euro per un figlio (1.816 euro) e oltre 3.500 euro per due figli (3.505 euro).

L’incremento dei costi è decisamente superiore all’inflazione media annua (pari all’1,7% nel 2025 secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale). Tra il 2023 e il 2025, l’aumento maggiore si registra al Centro (+31,7%), seguito dal Sud (+27,6%) e dal Nord (+18,9%).

Centri estivi: costi insostenibili e mancanza di supporto alle famiglie

I costi dei centri estivi sono diventati un peso insostenibile per la maggior parte delle famiglie, risultando spesso ingiustificati e inaccessibili. Come sottolinea Anna Rea, Presidente Adoc, questa problematica è ulteriormente aggravata dal prolungato periodo di chiusura delle scuole. Un ciclo che si ripete ogni anno, ricadendo esclusivamente sui genitori, in particolare su chi lavora a tempo pieno, non ha una rete di supporto familiare o dove il carico è sostenuto principalmente dalle madri. Oltre al senso di abbandono che assale i genitori, a rischio sono l’apprendimento e le competenze acquisite dai bambini e dai ragazzi durante l’anno scolastico, con un conseguente ampliamento delle disuguaglianze sociali. Non tutte le famiglie, infatti, possono permettersi attività ricreative, centri estivi o vacanze studio, lasciando i più vulnerabili “parcheggiati” sul divano, spesso davanti a tablet o cellulari.

Nonostante le numerose promesse e le dichiarazioni di intenti, il governo Meloni ha palesemente fallito nell’affrontare le reali necessità delle famiglie. Continua a ignorare il peso economico e sociale dei crescenti costi dei centri estivi e la lunga chiusura delle scuole, lasciando che l’onere ricada interamente sui genitori senza offrire soluzioni concrete e strutturali che, come Associazione, chiediamo da tempo. Servono risposte non solo a parole, ma con fatti tangibili.

Le nostre richieste: detraibilità, revisione e sostegno reale

Ci aspettavamo una maggiore attenzione alle politiche a sostegno della genitorialità e dei bambini. Invece, non solo non vediamo alcun passo avanti sulla scuola, ma assistiamo a un ingiustificato aumento dei costi dei centri estivi rispetto agli anni precedenti. Questa non è una politica a favore dei bambini, delle famiglie e, in particolare, delle donne. Un’incoerenza veramente grave e irresponsabile per un Paese con la natalità più bassa di tutta l’Europa, che rischia sempre più di invecchiare, dove i giovani scappano per andare a lavorare e per costruire una famiglia all’estero.

Chiediamo con forza una revisione complessiva del calendario dell’anno scolastico, per garantire una maggiore continuità educativa e ridurre il “buco” estivo, la detraibilità dei costi dei centri estivi nel modello 730 e politiche che dimostrino una reale vicinanza alle famiglie, con misure di sostegno alla genitorialità efficaci e tangibili, al di là di meri proclami.

CENTRI ESTIVI 2024: SALASSO DA 1.234 EURO PER FIGLIO 

Indagine a cura di Adoc ed Eures

Si avvicina la lunga pausa estiva e per milioni di famiglie torna l’annoso problema di come gestire i propri figli per le oltre 12 settimane in cui le scuole resteranno chiuse contro le 6-8 di Germania, Francia e Regno Unito. Quest’anno, complici le elezioni europee, molte scuole chiuderanno ancora prima della naturale scadenza generalmente fissata dopo il 10 di giugno, anticipando ulteriormente al 5 o al 6 del mese il termine delle proprie attività.

L’indagine realizzata da Adoc e Eures, che ha analizzato i costi dei centri estivi in cinque città: Milano, Bologna, Roma, Napoli e Bari, ha rilevato un aumento medio del +10% rispetto al 2023. Il costo medio settimanale per una famiglia che decide di portare il proprio figlio per una settimana ad orario pieno si attesta a 154,30 euro e per l’orario ridotto a 85 euro. Immaginando otto settimane di iscrizione al centro, una famiglia spenderebbe 1.234 euro, che salgono a 2.382 euro per due figli, pari a una volta e mezzo una retribuzione media, considerando che lo sconto medio per i fratelli, qualora applicato, raramente superi il 10%.

Nord Italia: costi più alti

Le differenze di costo sono significative anche a livello geografico: i centri estivi del Nord Italia risultano i più cari, con un costo medio per una settimana di 175 euro a tempo pieno, contro i 148 euro del Centro e i 118 euro del Sud. Considerando il tempo ridotto i costi settimanali scendono, in media, a 102 euro al Nord, 98 euro al Centro e a 58 euro al Sud.

Milano risulta la città decisamente più cara, con un costo medio a settimana di 218 euro (che scende a 176 euro per l’orario ridotto), registrando un valore pari a circa il doppio di Bari (dove un centro estivo con orario pieno costa mediamente 100 euro a settimana, scendendo a 49 per l’orario ridotto) e di Napoli (123 euro per il tempo pieno e 60 per quello ridotto). Bologna, con 137 euro per il tempo pieno e 90 per l’orario ridotto, mentre Roma con 148 euro mediamente rilevati per il tempo pieno e 98 euro per quello parziale.

Proiettando il costo medio a settimana per 8 settimane di centro una famiglia milanese arriverebbe a spendere ben 1.748 euro per un figlio e 3.374 euro per due figli; il costo che dovrebbe sostenere una famiglia di Roma si attesterebbe a 1.180 euro per un figlio e a 2.278 per due figli, valore che scende rispettivamente a 1.093 e a 2.110 euro a Bologna. Napoli (con 986 euro per un figlio e 1.902 euro per due figli) e Bari (802 euro e 1.548 euro) pur registrando valori più “accessibili” confermano l’entità di una spesa spesso proibitiva per le famiglie.

Servizi inclusi e non inclusi

Tra i servizi offerti dai centri estivi, il più diffuso è il servizio di refezione (presente nel 75,3% dei casi), mentre la merenda è inclusa solo nel 44,2% delle strutture. Circa il 25% dei centri estivi offre un servizio di pre e/o post-camp (servizio che consente di lasciare e riprendere i propri figli prima e oltre l’orario stabilito) con un costo aggiuntivo.

Rea: genitori e figli abbandonati, serve un intervento strutturale

“Troppo elevati, ingiustificati e spesso inaccessibili per la maggior parte dei genitori i costi dei centri estivi – dichiara Anna Rea, Presidente Adoc – tutto ciò è aggravato dal lungo periodo di chiusura delle scuole. Un problema che si ripropone ogni anno e che pesa esclusivamente sui genitori, in particolare su quelli che lavorano entrambi, sono senza il supporto della famiglia di origine o dove il carico è sostenuto solo dalle madri. Oltre al senso di abbandono avvertito dai genitori, a rischio sono l’apprendimento e le competenze acquisite durante l’anno dai bambini e dai ragazzi e l’amplificarsi delle disuguaglianze sociali. Non tutti, infatti, possono permettersi attività, centri estivi o vacanze studio e i più fragili restano parcheggiati sul divano davanti a tablet o cellulari”.

“Nonostante le parole e le promesse elettorali – commenta la Presidente Adoc nazionale – il governo Meloni ha fallito, continuando a ignorare le reali necessità delle famiglie e lasciando che il peso economico e sociale dei crescenti costi dei centri estivi e della lunga chiusura delle scuole ricada interamente sui genitori, senza offrire soluzioni concrete e strutturali che, come Associazione chiediamo da tempo. Serve un cambio strutturale da parte delle istituzioni – continua Rea – per sostenere le famiglie e garantire un servizio educativo e ricreativo accessibile a tutti”.

“Dalla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ci saremmo aspettati una maggiore attenzione alle politiche a sostegno delle famiglie e dei bambini. Invece, non vediamo nessun passo in avanti sulla scuola. I costi dei centri estivi addirittura aumentano rispetto agli anni precedenti in maniera ingiustificata, così come l’IVA su pannolini e assorbenti. Questa è una politica non a favore dei bambini, delle famiglie e in particolare delle donne – conclude la Presidente Adoc nazionale, Anna Rea”.

 


Indagine a cura di Adoc ed Eures 

Il diritto alla tutela della salute e alle cure, gratuito e universalistico, sancito dalla Costituzione (Art.32), cha rappresenta una delle acquisizioni più avanzate della nostra democrazia, ha visto ridursi negli anni il proprio spazio d’azione in termini sostanziali, per effetto di un progressivo disimpegno nelle politiche pubbliche e di una contestuale riduzione dell’accessibilità alle strutture e ai servizi, riscontrabile nelle diffuse criticità connesse alle liste d’attesa, alla mobilità sanitaria, alla spesa privata a alla rinuncia alle cure.

Il presente lavoro, che intende offrire un contributo conoscitivo d’insieme al dibattito sullo “stato di salute” del servizio sanitario in Italia, si sviluppa quindi attraverso un percorso di lettura che, muovendo dall’analisi della consistenza e della dinamica della spesa sanitaria pubblica e privata, si concentra sulla dotazione di strutture, posti letto e personale sanitario in ambito pubblico, convenzionato e privato (non convenzionato), per poi affrontare alcuni nodi critici dell’offerta di servizi. 

In questa direzione si muove l’analisi relativa alla mobilità sanitaria, che già oggi sembra certificare una segmentazione territoriale dell’offerta che imporrebbe una seria pausa di riflessione sulle conseguenze a medio-lungo termine del progetto di autonomia differenziata sostenuto dall’attuale maggioranza parlamentare.

Anche il tema delle liste d’attesa, che i dati resi disponibili dalle fonti istituzionali aperte non consentono di leggere e approfondire nelle sue effettive dimensioni e nelle sue diverse articolazioni, indica chiaramente una “deriva” che, progressivamente, attraverso la dilazione delle prestazioni oltre la loro ragionevole utilità, finisce per segmentare la popolazione tra quanti sono nelle condizioni di rivolgersi al privato e quanti, invece, sono di fatto costretti ad un’attesa che troppo spesso si trasforma in rinuncia: ciò implica, evidentemente, una forte contrazione della prevenzione, invece centrale nella programmazione sanitaria, con effetti pregiudizievoli sulla tempestività ed efficacia delle cure, sullo stadio di avanzamento delle eventuali patologie, sui costi delle prestazioni e delle terapie e, in determinate situazioni, sulle stesse possibilità di sopravvivenza del paziente: non è un caso che la speranza di vita alla nascita nel 2022 resti inferiore a quella del 2019 (82,6 anni contro 83,2 del periodo prepandemico), e che nel Mezzogiorno lo stesso indicatore (stimato a 81,7 anni), presenti valori di oltre un anno inferiori a quelli del Nord Ovest (82,9 anni), del Nord Est (83,2) e del Centro (83
anni).

Allo stesso modo tra il 2019 e il 2021 cresce il tasso di mortalità infantile (decessi entro il primo anno di vita ogni 1.000 nati), passando da 2,5 a 2,57, con valori che, ancora una volta, certificano come le disparità territoriali stiano segmentando anche il diritto fondamentale alla vita: il tasso risulta infatti pari a 3,63 nelle Isole e a 3,06 al Sud, per scendere a 2,27 nel Nord Ovest, a 2,22 nel Nord Est e a 2,09 nel Centro.

Da un lato, dunque, la spesa pubblica destinata alla sanità si caratterizza per una crescita “apparente”, cioè soltanto in termini nominali, mentre diminuisce sia in termini reali (il valore “deflazionato” del 2022 è inferiore a quello del 2021), sia per la sua incidenza sul PIL, con il minimo storico programmato per il 2027 al 6,2%, quando nei 4 gradi Paesi industriali europei si osservano valori molto superiori: nel 2022 la spesa pro capite della sanità pubblica in Italia è infatti pari a 2.180 euro contro i 3.766 della Francia e d i 4.641 della Germania, e la sua incidenza sul PIL “normalizzata”, calcolata dall’Ocse, è in Francia e Germania oltre una volta e mezzo quella dell’Italia (rispettivamente 10,3% e 10,9, contro il 6,8%). 

A fronte del complessivo “disimpegno” delle politiche pubbliche nazionali in materia di salute e sanità, è invece in forte crescita la domanda sociale, sia per effetto delle trasformazioni demografiche sia in presenza di nuove morbilità anche nell’ambito della salute mentale, che imporrebbero maggiori investimenti nella presa in carico, nella ricerca e nelle cure: è sufficiente ricordare, in questa sede, come negli ultimi venti anni il numero degli anziani di 65+ anni sia aumentato di un terzo (+33,3%), passando da 10,7 milioni nel 2002 a 14,2 milioni nell’ultimo anno mentre, nello stesso periodo, la loro incidenza sul totale della popolazione è passata dal 18,7% al 24%.

Allo stesso modo, l’Istituto superiore della sanità riporta una stima per l’Italia di oltre 1 milione di persone con malattie rare, in un’ampia maggioranza dei casi di origine genetica, le cui possibile “risposte” rimandano a ingenti investimenti in ricerca e
sperimentazione, accanto ad una reale consapevolezza di come siano proprio queste le priorità di cui la politica dovrebbe farsi carico.

E, non ultimo, sempre per ragionare di crescita della domanda, la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza rileva come, con la Pandemia, sia raddoppiato il numero dei minori con bisogni di supporto specialistico, riducendosi significativamente il quadro del benessere psichico. Analogamente si registra una forte crescita dei disturbi del neurosviluppo, arrivando i disturbi dello spettro autistico a coinvolgere in Italia oltre 600 mila persone (un bambino ogni 77), con un crescente impatto sulle famiglie e sulle Istituzioni, ed in particolare su quella scolastica: e, invece, anche sul fronte dell’Istruzione la spesa pubblica dell’Italia (4,4% del PIL) resta molto inferiore alla media europea (5%) e, soprattutto, da quella dei Paesi più avanzati del Continente (7,5% in Norvegia, 7,3% in Svezia, 5,7% in Francia e 5,1% in Germania), con
un ritardo anche in questo caso strutturale e di lungo periodo, che impone un ripensamento complessivo della visione del Paese che possa finalmente collocare al centro della politica le persone e le esigenze reali dei cittadini anziché ragioni contabili spesso strumentali, implicitamente orientate a sostenere l’interesse di pochi a dispetto della collettività.

Studenti che entrano a scuola

CARO LIBRI: IL COSTO DELL’ISTRUZIONE SCOLASTICA SULLE FAMIGLIE

INDAGINE ADOC – EURES

A pochi giorni dall’inizio delle scuole, le famiglie italiane spenderanno 1,45 miliardi di euro per l’acquisto dei libri scolastici per i 4.313.300 studenti iscritti alle scuole secondarie superiori di primo e secondo grado.

La spesa per i libri scolastici rappresenta un carico che grava in misura rilevante sulle famiglie italiane che nel mese di settembre arriva ad assorbire circa un terzo della retribuzione di un lavoratore medio. In particolare, per l’acquisto dei libri del primo anno, la spesa per un figlio è di 322 euro per le scuole medie e a 501 euro per le scuole superiori di secondo grado. È quanto emerge da un’indagine realizzata da Adoc ed Eures in tre grandi aree metropolitane del Nord, del Centro e del Sud: Milano, Roma e Napoli.

DIFFERENZE TERRITORIALI

Le stime non mostrano scarti significativi a livello territoriale: i libri di testo delle scuole superiori di primo grado sono mediamente di 330 euro a Napoli, di 321 a Milano e di 315 a Roma. Per quanto riguarda le scuole secondarie di secondo grado, la spesa media è di 511 euro a Milano, 498 euro a Napoli e 494 a Roma.

VARIAZIONI TRA INDIRIZZI SCOLASTICI

Il costo dei libri di testo varia tra i diversi indirizzi delle scuole superiori: liceo classico, liceo scientifico e istituto tecnico. L’indirizzo di studi più costoso risulta il liceo scientifico, con una spesa media di 530 euro, seguito dagli istituti tecnici con 488 euro e dai licei classici dove si spende mediamente 485 euro.

Alle spese dei libri di testo, occorre sommare il costo dei dizionari di latino e greco, che si aggira complessivamente intorno ai 150 euro, quello del materiale scolastico, che varia significativamente in funzione dell’indirizzo di studi e si attesta intorno ai 200 euro e altre spese, come l’acquisto di zaini, astucci, quaderni e cancelleria, con costi che mediamente si attestano intorno ai 120 euro, ma che raggiungono cifre ben più alte acquistando marchi più “alla moda”.

COSTO PER FAMIGLIA

Considerando una “famiglia media” con due figli (che frequentano i due differenti cicli scolastici di secondo grado), la spesa che dovrebbe sostenere per l’acquisto dei libri di testo e del materiale scolastico si attesterebbe a circa 800 euro, mentre sarebbe pari a 442 euro per un figlio che frequenti la prima media e a 621 euro per un figlio iscritto al primo anno di una scuola superiore di secondo grado: in quest’ultimo caso la spesa per i libri e per il materiale corredo scolastico di due figli a inizio ciclo andrebbe ad attestarsi a 1.060 euro, senza considerare i costi aggiuntivi.

Il costo per l’acquisto dei soli libri scende tuttavia nel corso degli anni successivi (anche per la presenza di volumi acquistati nel primo anno ma utilizzati per due o tre annualità), portando la spesa media annua per l’acquisto dei libri a 200 euro per le scuole superiori di primo grado ed a 340 euro per le scuole secondarie di secondo grado.

IL COSTO TOTALE DELL’ISTRUZIONE

Complessivamente, quindi, le famiglie devono sostenere in media una spesa pari a circa 2.300 euro per l’intero ciclo scolastico, spendendo 601 euro per i libri di testo nei 3 anni delle scuole medie e circa 1700 euro nei 5 anni delle scuole secondarie superiori.

PIACENTI: SCONGIURARE ARRETRAMENTO NEL DIRITTO ALLO STUDIO

Anche le scuole potrebbero contribuire al contenimento dei costi dei libri per le famiglie, ha affermato il Presidente di Eures, Fabio Piacenti – incentivando azioni di riuso, condivisione e passaggio dei testi tra le classi successive, adottando, laddove possibile, testi comuni per le diverse sezioni e creando al proprio interno biblioteche solidali che mettano a disposizione gratuitamente i libri ed il corredo scolastico per le famiglie in difficoltà. Qualsiasi arretramento nell’accesso alla cultura e nel diritto allo studio è un arretramento nella civiltà di un Paese: occorre quindi adottare tutte le misure necessarie a scongiurarlo.

REA: DETRARRE LE SPESE DEI LIBRI

I costi per l’acquisto dei libri di testo sono troppo elevati – ha commentato la Presidente dell’Adoc Nazionale, Anna Rea. Le famiglie, già vessate dal caro prezzi e dagli aumenti dei carburanti e delle bollette di energia e gas, si trovano soprattutto quest’anno con una spesa difficile da coprire.

Esistono misure e agevolazioni messe in campo da Stato, Regioni e Comuni per garantire la fruizione dei libri di testo per gli alunni meno abbienti – ha continuato Rea – tuttavia queste risorse interessano soltanto una parte delle famiglie con ISEE fino a 13/15 mila euro, coprono il 40/50% delle spese e, spesso, registrano gravi ritardi nella loro erogazione rispetto al calendario scolastico in corso, rischiando di aggravare le diseguaglianze sociali e generare ulteriori discriminazioni.

Il diritto allo studio per tutti è un principio costituzionalmente garantito – ha detto la Presidente dell’Adoc – pertanto chiediamo di rendere detraibili, già nella prossima Legge di Bilancio, nella misura del 19% anche le spese per l’acquisto dei libri scolastici, così come avviene per le spese sanitarie. Ciò comporterebbe per lo Stato un costo pari a 277 milioni di euro annui, la cui copertura non dovrebbe risultare particolarmente complessa.

Vista l’emergenza per le famiglie, chiediamo inoltre agli enti locali e alle scuole di trovare tutte le soluzioni possibili per venire incontro alle necessità delle famiglie abbassando i costi, utilizzando le possibilità del digitale – come già sperimentato dagli insegnanti durante il covid – favorendo l’usato e i gruppi di acquisto. Infine, facciamo un appello anche alle case editrici affinché siano meno rigide, evitando di ritoccare al rialzo, ogni anno, i listini.

Qui l’indagine completa Adoc – Eures sul caro libri 

AL VIA LA CAMPAGNA ADOC CONTRO IL CARO PREZZI

Parte oggi da Roma la campagna nazionale di informazione Adoc contro il caro prezzi che sta riducendo sul lastrico le famiglie, costringendole a condurre uno stile di vita sottotono, a cambiare abitudini e a fare i conti con un’inflazione che continua a rosicchiare stipendi, pensioni e risparmi. Con lo slogan “Ok, il prezzo è giusto? No alle speculazioni, giù i prezzi, carrelli pieni con prodotti di qualità”, la campagna si estenderà su tutto il territorio nazionale, dalle grandi città ai piccoli borghi, con iniziative mirate per sensibilizzare i consumatori a non subire quest’ingiustizia e non piegarsi a prodotti scadenti che possono nuocere alla salute. Testimonial della campagna Marisa Laurito.

In Italia, oltre 2 milioni di famiglie sono in povertà assoluta, bassi stipendi e magre pensioni vengono erosi da un’inflazione molto alta. La mancanza di adeguamenti salariali, inoltre, limita ancor di più il potere d’acquisto allargando la forbice della disuguaglianza tra le persone: ci troviamo di fronte a una situazione grave e allarmante che deve trovare risposte immediate e concrete.

Il prezzo dei prodotti di largo consumo cresce esponenzialmente – ha spiegato Anna Rea, Presidente Adoc –
le persone ormai faticano a fare la spesa e a comprare prodotti per la propria sopravvivenza.
Servono provvedimenti immediati per fermare la speculazione che arriva sulle nostre tavole. 

Dall’origine all’ingrosso, fino al dettaglio, bisogna intervenire sulla catena del valore dei prezzi. Serve un’alleanza comune tra tutte le Associazioni dei consumatori, delle aziende agricole e dell’agroalimentare contro le speculazioni e chiedere alle Istituzioni, a partire dal Governo, di intervenire subito sulla grande  distruzione organizzata che, nei fatti, determina il prezzo dei prodotti, confezionati e freschi, di rafforzare e potenziare il ruolo di Mister Prezzi che, insieme alla Commissione Alert Prezzi, definita con l’ultimo Decreto Trasparenza, avviino azioni concrete, al centro come in periferia. Infine, in questa stagione di emergenza riteniamo necessario eliminare l’IVA dai prodotti alimentari di largo consumo.

Roma, 19 Aprile 2023

DA 1.124 EURO A 2.200 EURO IL COSTO PER UN CENTRO ESTIVO

Indagine a cura di Adoc ed Eures

Senza asili nido e scuole aperte, i costi da sostenere per i centri estivi sono troppo alti e spesso inaccessibili per la maggioranza dei genitori, così come troppo lungo è il periodo di chiusura estiva delle scuole. Quella della chiusura scolastica e di dove lasciare i propri figli è una problematica che ricade esclusivamente sui genitori, ancora più grave per quei nuclei in cui entrambi lavorano o sono senza la famiglia di origine, o dove il carico pesa solo sulle madri. Non è possibile ipotizzare un sostegno a carico dei nonni o per mancanza di una rete familiare o perché ancora legati al mercato del lavoro a causa dell’allungamento della speranza di vita. È quanto affermato da Anna Rea, Presidente Adoc Nazionale, commentando l’indagine realizzata da Adoc e Eures che ha analizzato i costi medi dei centri estivi, con un focus su 5 città: Milano, Bologna, Roma, Napoli e Bari.

Secondo la ricerca, il costo medio in Italia per una famiglia che decide di mandare i propri figli in un centro estivo privato è pari a 140,50 euro per una settimana ad orario pieno, mentre il prezzo scende a 95,80 euro per mezza giornata. Considerando che nel nostro Paese il periodo di chiusura delle scuole è di circa 12 settimane – rispetto alle 6/8 settimane in Germania, Francia o Regno Unito – e immaginando che una coppia genitoriale, andando in ferie anche parzialmente sfalsate, riesca a coprire soltanto una parte di questo tempo, il costo medio che dovrebbe sostenere per il restante periodo di 8 settimane sarebbe pari a 1.124 euro, arrivando a circa 2.200 euro la spesa totale per una famiglia italiana con due figli.

Nell’ipotesi più realistica in cui la famiglia riesca ad iscrivere i propri bambini ad un centro estivo “soltanto” per 5 settimane, il costo totale da sostenere scenderebbe a 702 euro per il primo figlio, a cui occorrerebbe aggiungere altri 671 euro circa per ogni eventuale figlio “aggiuntivo”, per un totale di 1.373 euro per una famiglia con due figli e di 2040 per una famiglia con tre figli: oltre la metà del proprio reddito mensile.

CENTRI ESTIVI CONVENZIONATI

Differente è il caso dei centri estivi convenzionati che possono offrire prezzi calmierati grazie ai fondi stanziati dai Comuni. In questo caso i costi per le poche famiglie che riescono ad accedere ai bandi pubblici risultano significativamente inferiori. Considerando infatti un costo medio settimanale di un centro estivo convenzionato pari a 50 euro una famiglia con due bambini si troverebbe a sostenere una spesa di 782 euro per 8 settimane: 400 euro per il primo figlio e 382 euro per il secondo, applicando il medesimo sconto del 4,5% dei centri privati e di 490 euro per 5 settimane.

MILANO LA PIÙ CARA

Dallo studio gli scarti che si evidenziano, in base all’area geografica di riferimento, sono rilevanti. Al Nord il costo medio per una settimana in un centro estivo privato a tempo pieno è di 159 euro, al Centro scende a 123 euro, mentre al Sud si riduce ulteriormente a 105 euro, per mezza giornata i costi sono rispettivamente di 114 euro al Nord, a 87 euro al Centro e a 69 euro nel Mezzogiorno.

Milano è la città più cara, il costo medio dei centri estivi privati si attestano a 207,07 euro a settimana per il tempo pieno e 163,10 euro per l’orario ridotto. Inferiore il costo medio di un centro estivo a Bologna, che scende a 109,60 euro settimanali per l’orario pieno e a 86,50 euro per l’orario ridotto. A Roma il costo medio settimanale di un centro estivo privato con un orario pieno risulta pari a 123,10 euro, mentre scende a 87,50 euro per l’orario ridotto. La situazione dei centri estivi nel Mezzogiorno, coerentemente al costo della vita inferiore, è più vantaggiosa almeno dal punto di vista economico, ma decisamente più carente sul fronte dell’offerta. A Napoli il costo medio per un centro estivo con orario pieno è pari a 105,30 euro a settimana, mentre il costo scende a 76 euro per l’orario ridotto. A Bari, infine, il costo per i centri estivi con orario pieno è di 100 euro a settimana, mentre è di 65,40 euro per quelli che prevedono anche l’orario ridotto.

REA: SERVONO MISURE STRUTTURALI E NON EPISODICHE A SOSTEGNO DEI FIGLI

Le agevolazioni per le spese di iscrizione ai centri estivi sono poche e insufficienti a coprire i costi da sostenere e il contributo riconosciuto si basa sull’ISEE del nucleo familiare. Per ottenere le agevolazioni bisogna avere un ISEE basso e per averlo o sei povero o sei un evasore – ha continuato Rea. I limiti della situazione economica sono eccessivamente rigidi, ci sono moltissime famiglie in difficoltà, anche quelle con un reddito medio.

Un’altra problematica riguarda poi la mancanza di una continuità formativa per bambini e ragazzi. Per l’Adoc bisognerebbe incentivare servizi di quartiere, o a livello condominiale, soprattutto nei piccoli centri sprovvisti di centri estivi, anche attraverso una sburocratizzazione che però non sia a scapito della salute e della sicurezza dei bambini.

Se vogliamo incidere positivamente sulla natalità del nostro Paese dobbiamo cominciare a mettere in campo misure a sostegno dei figli. Misure economiche e sociali che siano strutturali e non episodiche. Una di queste è sicuramente il sostegno per il periodo di chiusura estiva delle scuole. Noi pensiamo che i costi non possano ricadere solo sulle famiglie già gravate dall’inflazione che colpisce in particolar modo il carrello della spesa, arrivato ora al 10,7% – ha concluso la Presidente Adoc Nazionale. Non dobbiamo avere una visione miope, ma concretizzare misure a sostegno dei figli, servizi efficienti e investimenti che siano a beneficio delle famiglie e dell’intera collettività.

Per il Presidente di Eures, Fabio Piacenti, bisogna ripensare alla città con spazi dedicati ai minori, recuperando aree dismesse e inutilizzate per creare servizi permanenti per i bambini e i ragazzi con aspetti positivi per le famiglie e per le conseguenti prospettive occupazionali che si verrebbero a creare.

Indagine sui centri estivi Adoc Eures

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